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Il genocidio armeno

In Traguardi Sociali

Ad Istanbul il 24 aprile del 1915 furono arresati e, successivamente, uccisi i leaders della comunità armena. Questo evento, che potrebbe apparire come una goccia di violenza nel mare della ferocia del primo conflitto mondiale, segna l’inizio del genocidio del popolo armeno, il primo dei tanti che il secolo XX avrebbe tragicamente imparato a conoscere.

In realtà già verso la fine del XIX secolo e i primi anni del 900 gli armeni furono fatti oggetto di violenze da parte delle autorità dell’impero ottomano, ma per quanto pesanti non ebbero mai quel carattere di sistematicità volto ad annientare un popolo e la sua storia. Fu con l’avvento al potere del regime dei “giovani turchi” che la situazione per gli armeni divenne intollerabile. Con il loro nazionalismo esasperato, mirante ad unire tutti i popoli di idioma turco dell’Asia centrale, e con la loro ferma volontà di “turchizzare” l’impero ottomano, i nuovi padroni della Sublime Porta individuarono nel popolo armeno l’ostacolo ai loro progetti. Gli uomini di etnia armena che prestavano sevizio nell’esercito furono ridotti ai lavoro forzati oppure eliminati. Mentre, con il pretesto di proteggere gli armeni (gli armeni erano divisi tra quelli che vivevano nell’impero ottomano e quelli che vivevano nei territori dello zar), le autorità “evacuarono” le donne, i vecchi e i bambini trascinandoli in una lunga marcia verso il deserto della Siria, durante la quale furono vittime di stupri, abusi, torture, uccisioni. In questo periodo furono uccisi circa un milione e mezzo di armeni.

Le testimonianze oculari delle sofferenze degli armeni abbondano e tra queste si annoverano quelle dei diplomatici stranieri presenti a Istanbul, dei giornalisti, dei padri missionari, degli arabi che videro trascinare questa moltitudine attraverso il deserto. Altrettanto numerosi sono i documenti delle autorità turche in cui si parla esplicitamente di sterminio del popolo armeno e si impartiscono gli ordini per attuarlo. Già durante la guerra le potenze occidentali intimarono il governo turco di cessare questo stermino sostenendo che finito il conflitto li avrebbero ritenuti personalmente responsabili delle atrocità, come in effetti accadde visto che furnonfurono processati e condannati in contumacia. Non per questo, però, cessarono le sofferenze degli armeni che, tra il 1920 e il 1923, furono perseguitati pure da Mustafà Kemal il padre della moderna Turchia, che intendeva riaffermare il suo dominio sull’intera penisola anatolica, e furono costretti ad abbandonare le loro terre.

A fronte delle innumerevoli testimonianze e dei documenti che attestano l’annientamento programmato di questo popolo, il genocidio degli armeni non è un comune retaggio dell’umanità, poiché sono pochi quelli che sanno cosa accadde agli armeni, e persino tra gli storici non tutti comprendono appieno la portata della tragedia. Con il genocidio non c’è solamente la volontà di cancellare un popolo dalla faccia della terra ma pure di cancellarlo dalla storia dell’umanità. Così per il popolo armeno, un popolo antico, che ha visto distruggere le sue città, i sui monumenti, le sue chiese, la sua cultura. Visto retrospettivamente, si rileva come le modalità del genocidio armeno siano presenti anche nelle altre tragedie del secolo: la guerra come “copertura” per nascondere i massacri; la scusa delle “evacuazioni” per giustificare gli spostamenti in massa di intere popolazioni; l’uso della tecnologia per pianificare e realizzare i progetti di sterminio. E, infine, la volontà di dimenticare le tragedie di un popolo. Lo stesso Hitler rispose a quanti obiettavano che i progetti di sterminio dei nazisti avrebbero trovato la ferma e imperitura opposizione delle potenza occidentali: “chi, dopotutto, parla oggi dell’annientamento degli armeni?”.

Contro la violenza dell’oblio, che condanna in eterno le vittime, è necessario riaffermare la verità storica e celebrare, come oggi avviene in gran parte del mondo, la giornata della memoria del genocidio armeno. Non possono essere dimenticati la distruzione di un popolo, delle sue tradizioni, della sua cultura, le persecuzioni sistematiche a causa della fede cristiana, lo sradicamento dalla propria terra e la pena della diaspora. Ancor oggi la Turchia minaccia e condanna gli intellettuali che con coraggio ed onestà ammettono il genocidio armeno, invitando a riflettere per affermare la verità storica contro la verità ufficiale, e vogliono raggiungere la riconciliazione tra i due popoli. Basti ricordarne due per tutti: lo storico Taner Akcam, che negli anni settanta aveva ammesso le responsabilità della Turchia nel genocidio armeno ed oggi vive negli Stati Uniti dopo essere scappato dal suo paese a seguito di una condanna a dieci anni di carcere per aver messo in discussione le menzogne ufficiali; e lo scrittore Orhan Pamuk che è stato incriminato per vilipendio alla nazione dopo aver denunciato il genocidio armeno, anche se oggi il procedimento è stato annullato. Proprio l’annullamento del processo di Orhan Pamuk, a seguito delle forti pressioni della comunità internazionale, può essere il segnale di un primo di un cambiamento di rotta, così come non può essere trascurato il fatto che, nonostante l’ostilità delle autorità e del mondo accademico “ufficiale”, molti incomincino a trovare il coraggio di opporsi al negazionismo turco. Il motivo dell’intransigenza turca ha una duplice natura: da una parte di carattere “identitario”, con il rifiuto di ammettere il male compiuto nel passato, anche da parte di coloro che vengono considerati i fondatori della Repubblica, e di ricordare il periodò in cui l’imperò ottomano si sfaldò; dall’altra di realpolitik poiché il riconoscimento del genocidio significherebbe allo stesso tempo il riconoscimento di quei risarcimenti fino ad oggi negati.

Le minacce, però, non vengono rivolte solamente contro i propri cittadini ma pure contro quegli Stati, tra cui quelli appartenenti all’Unione Europea, che hanno riconosciuto ufficialmente, o intendono farlo, la giornata della memoria del genocidio armeno. Eppure, in un contesto come quello di oggi in cui la Turchia chiede di entrare a far parte della famiglia delle nazioni europee è necessario che accolga la risoluzione con la quale il Parlamento Europeo le ha chiesto di riconoscere il genocidio degli armeni come prerequisito per l’ingresso nell’Unione Europea. Anche se la risoluzione non è vincolante, è necessario che la Turchia trovi il coraggio di guardarsi indietro per dimostrare un’effettiva volontà di aderire a quella cultura dei diritti umani che caratterizza le nostre società.

Insistere sul bisogno di ricordare il “Grande Male”, come gli armeni si riferiscono al genocidio del loro popolo, significa operare con giustizia verso le vittime e impegnarsi affinché simili tragedie non possano più accadere. In un moneto storico come quello che stiamo vivendo, caratterizzato dall’odio contro le religioni, dal riemerge della violenza contro le minoranze, il peccato dell’oblio ci condannerebbe a sentire nuovamente qualcuno affermare: “chi, dopotutto, parla oggi dell’annientamento degli armeni?”.

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