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Il lavoro moderno e la dottrina sociale

 in Conquiste del lavoro
 

In occasione delle settimane sociali dei cattolici Papa Benedetto XVI ha richiamato l’importanza che il lavoro riveste nella vita dei giovani, delle famiglie, per la promozione di uno sviluppo integrale della persona in grado di abbracciare tutta la società. Per molti si è trattato di una novità, ma così non è solo se pensiamo agli insegnamenti del Magistero della Chiesa sul lavoro. La dottrina sociale, nata nel 1891 con l’enciclica Rerum novarum di Leone XIII nella quale venivano affrontati la questione operaia e i mutamenti dovuti alla rivoluzione industriale, mette in evidenza, enfatizzando la dimensione soggettiva del lavoro, la centralità della persona. Non già il lavoro in astratto, come semplice occupazione, ma la persona che ha un’innata vocazione al lavoro, nel quale scopre se stessa e sviluppa i propri talenti, attraverso cui costruisce legami forti (come la famiglia) e diventa protagonista della società. Di ciò, a ben vedere, ha preso atto la tanto discussa legge Biagi, che fa propria la dimensione soggettiva del lavoro, là dove definisce il lavoratore “qualsiasi persona che lavora o che è in cerca di un lavoro”, mettendo così al centro del mercato e delle politiche del lavoro la persona e non solo chi già ha un lavoro. Un altro punto di contatto tra la dottrina sociale e la riforma del mercato del lavoro di Marco Biagi è il principio di sussidiarietà, esposto nell’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI, secondo cui lo stato interviene solo quando la società non può intervenire. Verso questa direzione tende la valorizzazione del ruolo svolto nel mercato del lavoro dai soggetti privati, tra i quali le espressioni dell’associazionismo e del sindacato, che possono erogare servizi come il placement, l’orientamento al lavoro, la riqualificazione professionale dei lavoratori, gli ammortizzatori sociali. Allo stesso tempo gli organi bilaterali enfatizzano il dialogo tra le parti sociali per superare la conflittualità che caratterizza il mercato del lavoro. Il modello di relazioni industriali così tratteggiato diventa di tipo collaborativo, perché ciascuna delle parti concorre al raggiungimento del bene comune, definito come “la somma totale delle condizioni sociali che consentono alle persone, come gruppi e individui, di raggiungere la loro realizzazione più pienamente e semplicemente”. Il bene comune richiama ad una maggiore inclusione e a prendersi cura dei più deboli, che nel mercato del lavoro sono i disoccupati, i lavoratori in nero, le donne e i giovani. La disoccupazione, come più volte il Magistero richiama e come ha fatto recentemente Benedetto XVI, è un dramma che impedisce lo sviluppo integrale della persona, che intacca i legami affettivi e familiari, che emargina la persona e ne attacca la dignità. Per contrastare concretamente ed efficacemente questa situazione, assieme agli ammortizzatori sociali, appaiono importanti le politiche attive del lavoro che mettono al centro del mercato della lavoro la persona, con i suoi desideri e le sue inclinazioni, ne esalta la responsabilità, per farla diventare protagonista del proprio riscatto e della vita della società. I diversi gradi di intensità del rapporto di lavoro previsti dalle varie tipologie contrattuali previste dalla legge Biagi, offrono la possibilità di estendere le tutele a quanti oggi ne sono privi, di conciliare i tempi di vita e i tempi di lavoro, di facilitare l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, di riqualificare e reinserire i lavoratori espulsi dal ciclo produttivo. I continui mutamenti della realtà causati dalla globalizzazione richiedono una notevole capacità di adattamento. La dottrina sociale non è un sistema ideologico che si violentemente si impone sulla realtà, ma è un sistema aperto che orienta il vivere sociale al conseguimento del bene comune in cui le persone possano pienamente realizzarsi. Così la legge Biagi enfatizza la libertà, la responsabilità e la solidarietà di tutte le componenti sociali per la definizione delle politiche del lavoro che hanno come fine ultimo non l’affermazione astratti sistemi ma lo sviluppo integrale della persona. 
 
 

 

 

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