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DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE: UNA SFIDA CULTURALE

In Fondazione Italiana Europa Popolare

Ad una conferenza, più di una decina di anni fa, un eminente politologo trattando le virtù del sistema elettorale maggioritario rispetto al sistema elettorale proporzionale, asserì che il vero problema consiste nel fatto che in un sistema proporzionale ha valore anche il voto “dell’ultimo cane e dell’ultimo porco”. Questo aneddoto fa emergere alcune domande di fondo: come si fa a distinguere il primo cane dall’ultimo cane o il primo porco dall’ultimo porco? Chi lo decide? E chi decide chi lo decide? Sembrano domande capziose eppure sono esemplificative di chi è titolato a partecipare in un contesto di vita democratica. I sistemi elettorali sono il metodo attraverso il quale, attraverso il voto, si delega la propria rappresentanza politica. Da questo emerge in tutta la sua straordinaria importanza la centralità del dibattito sulla riforma del sistema elettorale che travalica i confini del quadro istituzionale, ai quali solitamente viene relegato, per coinvolge il cuore stesso del concetto di democrazia. Accostandosi ad un tema delicato e fondamentale come questo, si deve tener presente che i sistemi elettorali, al pari delle istituzioni, non sono dei meri esercizi di ingegneria costituzionale che possono essere implementati in maniera indiscriminata, a seconda dei risultati che si vogliono ottenere, ma sono anch’essi frutto di un percorso storico e di un contesto culturale e sociale. Quando si dimentica questa lezione, si ottengono degli effetti distorsivi che hanno sostanziali e negative ripercussioni all’interno della vita politica e sociale di un Paese. Quando in Italia è stato introdotto un sistema elettorale simil maggioritario, per sostituire il sistema proporzionale puro additato come il principale responsabile dell’instabilità della prima repubblica, lo si è fatto con la speranza che potesse traghettare il Paese verso il bipartitismo e dare una maggiore stabilità alle compagini governative. Attraverso varie modifiche del sistema elettorale si è giunti ad un bipartitismo (molto) imperfetto che ha favorito una maggior governabilità ma che al tempo stesso ha allontanato le persone dalla politica. Non è una responsabilità che può essere imputata solamente al sistema elettorale, eppure da quando sono state tolte le preferenze, sul modello dell’allora legge elettorale toscana, qualcosa nel rapporto tra le persone e la politica si è incrinato. Il cittadino ha visto svanire il legame diretto con il proprio candidato e ha visto ridurre la propria capacità di scelta che deve oggi forzatamente esprimersi a favore di un partito o di un  leader. A sua volta il candidato sa che per essere eletto non conta tanto il rapporto con l’elettore quanto piuttosto con i vertici del partito o con il leader, per poter “spuntare” una buona posizione all’interno della lista. Si innesca così una spirale perversa che allontana le persone dalla politica perché da una parte gli elettori incominciano a sentire il peso dell’inutilità del proprio voto, dall’altra il candidato percepisce la marginalità del suo impegno nella campagna elettorale. Come prova a contrario basti vedere le elezioni amministrative (nelle quali si può esprimere una preferenza) che risultano essere non solo molto più partecipate ma anche più avvincenti rispetto a quelle nazionali, poiché la possibilità di essere protagonisti favorisce anche l’esprimersi di una verace passione politica. Ma non è solo una questione di preferenze. Il caso della Germania è esemplificativo perché prevede, assieme al proporzionale puro, delle liste chiuse, ma poiché i partiti sono fortemente partecipati e democratici, non si assiste alla distorsione prodotta nel nostro Paese. Occorre ripensare le priorità che dovremmo affrontare e in questo periodo storico la sfida maggiore è proprio quella del riavvicinamento delle persone alla politica, superare gli angusti steccati ideologici, riacquistare il gusto del confronto politico in particolare per quanto riguarda le giovani generazioni. È triste e un po’ grottesco constatare che un paese ricco di associazioni, di movimenti, di significative esperienze nel terzo settore, un paese con una florida vita sociale si stia progressivamente allontanando dalla vita politica o che riduca la vita politica a dei titoli strillati dai giornali o dai talk show. Così emerge prepotentemente che la partecipazione politica non può essere ridotta solamente al momento del confronto elettorale ma è un impegno quotidiano di presenza all’interno della comunità e nel territorio. Proprio per poter ritrovare questo legame tra la politica e le persone – una categoria infinitamente più vasta che quelle dei cittadini o degli elettori – è necessario riformare il sistema elettorale e farlo avendo come priorità la valorizzazione della partecipazione. Spesso si ritiene che questo obiettivo sia in contrasto con quello – altrettanto implorante – della governabilità, eppure la Germania ci insegna che con alcuni accorgimenti, come una soglia alta di sbarramento e la sfiducia costruttiva, si possono garantire entrambi. Certo ci sono delle differenze tra l’Italia e la Germania, né i sistemi elettorali possono essere replicati, eppure ci sono diversi punti di convergenza e soprattutto ci sono esperienze alle quali guardare con interesse e favore. Come detto all’inizio, il dibattito sulla riforma del sistema elettorale supera i confini istituzionali e dà un segnale culturale sul nostro essere comunità. E in una comunità in cui ciascuno sia protagonista responsabile della vita sociale e politica ha valor anche il voto dell’ultimo cane e dell’ultimo porco.

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