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SPAGNA E ITALIA: DUE RIFORME DEL LAVORO A CONFRONTO

In Fondazione Italiana Europa Popolare

Il 19 luglio all’Università di Bergamo si è svolto un seminario di studi su “Spagna e Italia: due riforme del lavoro a confronto” promosso da Adapt,  all’interno del programma della Scuola internazionale di Dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro. Al seminario di sudi hanno partecipato il prof. Michele Tiraboschi, il presidente di Adapt Emmanuele Massagli e i professori dell’università di Malaga Juan Carlos Álvarez Cortés e Juan José Plaza Angulo.

La base di partenza non può che essere il confronto sui parametri inerenti il mercato del lavoro italiano e spagnolo dai quali emergono, pur nelle difficoltà comuni, delle profonde differenze. Il tasso di disoccupazione nel nostro paese è pari al 10,1% mentre in Spagna è del 24,6% contro una media europea del 10,3%, ed è particolarmente grave per quanto riguarda i giovani perché in Italia i giovani disoccupati sono il 35,9%, in Spagna il 52% mentre la media europea è del 22,9%. Se poi si tiene conto che il tasso di occupazione, piuttosto simile, è ben inferiore alla media europea (soprattutto quello dei giovani italiani) e che la disoccupazione di lunga durata è maggiore in Italia che in Spagna, si comprende quanto sia urgente operare nel mercato del lavoro. Un dato che risalta subito all’occhio è la notevole differenza la pressione fiscale sulle imprese che in Italia è del 58% contro il 30% della Spagna, dalla quale emerge che in Italia uno dei problemi maggiori rimane il costo del lavoro e rende l’idea della diversità all’interno del contesto europeo nel quale le imprese si trovano ad operare.

Per reagire a questa situazione sia l’Italia che la Spagna hanno deciso di operare una profonda riforma del diritto del lavoro. È importante notare che pur trattandosi di governi di differente natura, ossia di un governo tecnico in Italia e un nuovo governo frutto di un rinnovamento elettorale in Spagna, abbiano scelto di percorrere entrambi la via del decreto legge, poi trasformato in legge dal parlamento, e abbiano sostanzialmente abbandonato la via della contrattazione con le parti sociali. In Italia si è cercato di intervenire sulla flessibilità in entrata e in uscita, cercando di privilegiare una buona occupazione (aumentando i contratti di lavoro a tempo indeterminato) che però ha ricadute minori sull’incremento dell’occupazione e cercando di aumentare la flessibilità in uscita, pur non liberalizzandola. Anche in Spagna si è intervenuti sull’inizio e sulla fine del un rapporto di lavoro, migliorando la flessibilità in ingresso e rendendo agevoli i licenziamenti sia individuali che collettivi. Ma in Spagna, a differenza dell’Italia, il diritto del lavoro è intervenuto anche all’interno del rapporto di lavoro, facilitando non solo la mobilità geografica ma anche funzionale, ossia a parità di livello la possibilità dell’imprenditore di cambiare il lavoro svolto dalle persone. Questo è un aspetto molto rilevante in cui si tratteggia una differenza di approccio nei confronti del lavoro, perché in Spagna la legge, quindi il governo, entra all’interno del rapporti di lavoro che in Italia, invece, si vorrebbero lasciare alle relazioni industriali, ossia alla contrattazione tra le parti sociali. È emersa anche una differenza importante per quanto riguarda il contratto di apprendistato che in entrambe le riforme svolge un ruolo importantissimo per l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e per il superamento della separazione tra studio e lavoro. In Italia tale superamento esiste perché nell’apprendistato studio e lavoro si intersecano e quindi si privilegia l’apprendimento attraverso il fare, mentre in Spagna l’apprendistato si caratterizza per una separazione netta tra il momento dello studio e quello del lavoro.

La comparazione giuridica delle due riforme del lavoro aiuta ad una riflessione sul periodo di crisi che stiamo attraversando. È significativo che sia l’Italia che la Spagna si siano concentrate sulla riforma del mercato del lavoro come mezzo per superare la crisi economica, una scelta che certo è frutto delle pressioni europee, ma che svela la tendenza a considerare il diritto come una delle leve per lo sviluppo. Quest’ultimo aspetto però non deve trarre in inganno e far credere che il diritto possa da solo creare lavoro: pur essendo uno strumento decisivo non è che uno degli strumenti per lo sviluppo. Se si allarga lo sguardo sull’Italia e sulla Spagna appare evidente come una delle principali differenze tra i due paesi sia la presenza di un fortissimo settore manifatturiero in Italia che in Spagna è quasi assente, e l’altra sia il divario della pressione fiscale sulle imprese, un divario che probabilmente la riforma spagnola non farà che accentuare. Un interrogativo importante per entrambi i paesi riguarda l’applicazione delle norme e i contenziosi giuridici (soprattutto in tema di licenziamenti) che si verranno a creare. Allo stesso tempo ci si deve interrogare non solo sulle conseguenze economiche ma pure sulle conseguenze sociali delle riforme del lavoro, se queste favoriscano o meno una maggiore coesione sociale che è fondamentale per il futuro di qualsiasi paese, soprattutto quando questo futuro appare pieno di difficoltà. Ancora una volta, anche in un contesto come quello spagnolo che sembra lasciare poco spazio alle relazioni industriali, non si può che partire dal rapporto tra le persone, sia come singoli all’interno di un rapporto di lavoro sia come aggregazione in associazioni, in sindacati in associazioni datoriali. Sono questi rapporti che determinano il buon esito di un qualsiasi tipo di riforma, in particolare sul lavoro, persino al di là delle aspettative del legislatore stesso.

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