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Siria: alla cultura del conflitto si contrappone la cultura della pace

In Fondazione Italiana Europa Popolare

Il mondo attende con il fiato sospeso le decisioni che prenderà il Congresso degli Stati Uniti, se darà il via libera al premio Nobel per la pace Barack Obama di scatenare un attacco armato contro la Siria. Una ritorsione contro l’uso del gas sarin da parte del regime di Assad (secondo quanto sostengono gli stessi USA) sulla popolazione civile. Assieme agli Stati Uniti, la Francia di François Hollande è pronta ad intervenire in tempi brevi. Il rischio che il conflitto si possa estendere a tutta la regione, una regione che sta già bruciando, e che, addirittura, possa valicare i confini del Medio Oriente è molto concreto.

Tantissime sono le domande sulla legalità e la legittimità dell’intervento armato, sul ruolo delle Nazioni Unite, sul lavoro degli ispettori dell’ONU, sul futuro della regione, sull’inesistenza politica dell’Unione Europea che si ritrova un conflitto nel giardino, anzi, nello stagno di casa. Le risposte sono poche e confuse, mentre le testimonianze che giungono dalla Siria sono drammatiche, parlano di una popolazione che, oltre a subire le tragiche conseguenze del conflitto tra il regime di Assad e i ribelli, vive nella paura dei possibili bombardamenti americani e francesi e degli effetti che potrebbero avere. Ed è al popolo siriano che occorre guardare per non essere prigionieri di scontri ideologici, di interessi di parte o di una visione cinica dei rapporti di forza tra potenze. È lo sguardo di Papa Francesco in questi giorni di tribolazione. Il Santo Padre durante l’Angelus si è fatto interprete “del grido che sale da ogni parte della terra, da ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall’unica grande famiglia che è l’umanità, con angoscia crescente: è il grido della pace! È il grido che dice con forza: vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato”.

Alla cultura del conflitto si contrappone la cultura della pace che è cultura dell’incontro. Non è utopia richiamarsi alla pacifica e feconda convivenza tra persone di fedi diverse in una terra come il Medio Oriente, ma è il realismo di chi guarda e testimonia cosa accade in quei luoghi. La quotidiana e terribile violenza contro le minoranze, specialmente contro le minoranze cristiane, non è l’unica storia che il Medio Oriente può raccontare, poiché ci sono molti esempi che nascono dalla presenza della Chiesa che sono un bene per tutta la società: opere che, come in Siria, aiutano le persone (indipendentemente dalla loro fede) che hanno perduto il lavoro e che non sanno come mantenere se stesse e la propria famiglia; strutture educative che, pur nelle difficoltà, accolgono e istruiscono bambini e ragazzi di ogni credo religioso; ospedali e strutture sanitarie che curano i bisognosi. Si tratta di un bene piccolo e prezioso, di un germoglio che dovrebbe essere custodito e che, invece, rischia di essere estirpato preda del fanatismo e vittima della guerra umanitaria. Per costruire un futuro di pace nella regione bisognerebbe permettere a queste presenze di vivere e crescere e non intraprendere azioni di carattere militare che, come la storia recente dimostra, hanno l’effetto di accrescere le sofferenze delle popolazioni, di sradicare le minoranze e di creare un numero incalcolabile di profughi che si riversano nei paesi limitrofi. La comunità internazionale, come ha ricordato il Papa, si deve fare carico di questa situazione attraverso l’aiuto ai bisognosi e attraverso i negoziati. È la via della diplomazia, seppur apparentemente lenta e irta di ostacoli, la sola che è in grado di favorire la pace perché “non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza!”. La ferma e giusta condanna dell’uso di armi di distruzione di massa contro la popolazione civile non può essere il pretesto per causare ulteriori sofferenze alla popolazione, ma deve essere un pungolo per andare avanti con decisione nella ricerca della pace.

La via della pace sembrerebbe passare solamente attraverso la diplomazia, attraverso la politica, attraverso le scelte dei potenti, lasciando ciascuno di noi inerme di fronte ad una situazione contro la quale non può far nulla. Invece, la via della pace si costruisce giorno per giorno attraverso l’impegno di ogni singola persona, attraverso l’incontro con l’altro, come Papa Francesco ha ricordato ai giovani durante l’Angelus. Per questo il Santo Padre ha chiesto a tutta la Chiesa, a tutti i fedeli delle diverse religioni e ai non credenti un momento comune di testimonianza. È il realismo di chi ha a cuore non un’idea di bene, non un’utopia di giustizia, ma il bene e la giustizia nella vita delle persone concrete.

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