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La semplificazione del diritto del lavoro: una sfida nella sfida

In Fondazione Italiana Europa Popolare

Anno nuovo, problemi vecchi. Nell’anno che è appena iniziato dovremo affrontare la grande sfida del lavoro. Ogni anno che passa questa sfida si fa sempre più ardua, sempre più dura, sempre più pressante. I numeri parlano chiaro: il tasso di occupazione è pari al 55,8; il tasso di disoccupazione è del 12,2%, mentre quello giovanile schizza al 40,1%; i famigerati NEET in Italia sono oltre 2 milioni. Poiché dietro a queste cifre ci sono delle persone, è chiaro come il lavoro non sia solamente un problema di carattere economico, ma sia innanzitutto una questione personale e sociale.
Come rispondere a questa sfida? Una ricetta non esiste, anzi la situazione nella quale ci troviamo è stata aggravata da chi pensava che una ricetta avrebbe salvato il mondo del lavoro. Abbiamo visto come nessuna legge, per quanto buona e lungimirante, sia in grado da sola di creare il mondo del lavoro perfetto e abbiamo sperimentato sulla nostra pelle che nessuna politica sia in grado da sola di risollevare l’economia del Paese. Il diritto, l’economia, la politica se lasciati soli, anche quando sono animati dalle migliori intenzioni, non sono adeguati ad affrontare le sfide del mondo di oggi. È sempre più evidente come sia necessario il coinvolgimento di più attori, di più soggetti, di quella grande ricchezza del nostro Paese che sono le realtà presenti nella società civile.
Questa consapevolezza è ben presente nell’iniziativa di semplificazione del diritto del lavoro che hanno lanciato i giuslavoristi Michele Tiraboschi e Pietro Ichino. La semplificazione delle norme è una sfida nella sfida: districare l’ingarbugliata matassa del diritto per rendere semplice e comprensibile, sia ai lavoratori che ai datori di lavoro, il quadro di riferimento normativo, affinché il diritto sia uno strumento di aiuto al lavoro e non un freno allo sviluppo. In questa sfida nella sfida i due giuslavoristi hanno pensato di coinvolgere, oltre agli studiosi del diritto del lavoro, anche imprenditori, sindacati, consulenti del lavoro, associazioni che vivono nel mondo del lavoro. È una visione pluralista e sussidiaria che allontana la tentazione di lasciare ai tecnocrati il compito di riformare il diritto del lavoro.
Per comprendere la portata dell’iniziativa, basti pensare che il centro studi ADAPT, come il professor Tiraboschi ha recentemente affermato, ha calcolato che sono circa 1000 gli atti normativi che in maniera diretta o indiretta riguardano i rapporti di lavoro e che danno vita a circa 15 mila precetti. Si tratta di una torre di Babele normativa che, intendendo raggiungere l’empireo della perfezione, ha lasciato dietro di sé le macere dell’incomprensione e dell’incomunicabilità del diritto del lavoro.
Semplificare non significa deregolamentare né, come si dice in oggi, rottamare, ma rendere più chiaro e intellegibile il quadro normativo del lavoro che rappresenta uno strumento fondamentale per lo sviluppo del nostro Paese. L’alternativa è che il diritto del lavoro sia visto e venga vissuto come una minaccia. Una minaccia per i lavoratori che si sentono più deboli e più precari. Una minaccia per gli imprenditori che lo vivono come un ulteriore fardello nella già difficilissima corsa della competizione globale. Una minaccia per gli investitori stranieri che vengono fortemente disincentivati da una realtà che non riescono a comprendere. Proprio perché il diritto del lavoro riveste un ruolo decisivo nella ripresa del Paese, non può essere lasciato a se stesso. Chi si occupa di diritto del lavoro sa bene che la legge da sola non basta, poiché una cosa è il dettato normativo un’altra è la sua applicazione. Una delle più importanti lezioni imparate in questi anni è che alcune riforme non hanno prodotto il risultato atteso proprio per il gap tra la norma e la sua attuazione. Per ovviare al pericolo di dover rimparare all’infinito questa lezione, è necessario superare il formalismo che caratterizza il nostro quadro giuridico e coinvolgere i vari attori economici e sociali.
La partecipazione e la contrattazione sono gli strumenti ideali per andare oltre l’astrattezza e il formalismo, per rimettere in moto un sistema che non funziona più. D’altro canto gli attori sociali ed economici devono avere la volontà e il coraggio di coinvolgersi in un processo arduo, ma anche affascinante come quello della semplificazione normativa. Alcuni hanno risposto, come il Movimento Cristiano Lavoratori, in modo entusiastico e responsabile per dare il proprio contributo in una materia solo apparentemente riservata i tecnici. La grande speranza è quella di proseguire nel cammino della collaborazione tra tutti i soggetti del mondo del lavoro, affinché sia definitivamente superato il clima di conflitto che caratterizza le nostre relazioni industriali.
La posta in gioco è un mondo del lavoro inclusivo, capace di valorizzare il contributo di ciascuno, capace di rimettere in circolo tante energie nascoste o sopite, capace di tutelare e promuovere effettivamente ed efficacemente i diritti delle persone, capace di far chiarezza sui doveri, capace di dare una certa stabilità al diritto del lavoro spesso soggetto a repentini mutamenti. Se la semplificazione normativa non riuscirà a raggiungere il suo obiettivo, se l’ingarbugliata matassa in qualche modo non verrà districata, sempre più spesso ci saranno tanti disoccupati, lavoratori o imprenditori che, assieme a Renzo Tramaglino, sbotteranno ai Don Abbondio di questo mondo: “Si piglia gioco di me? Che vuol ch’io faccia del suo latinorum?”.

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