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Lo schiaffo Electrolux sarà in grado di farci svegliare?

In Fondazione Italiana Europa Popolare

Mentre il paese guardava attonito e sconcertato l’ignobile marasma istituzionale di questi giorni, come uno schiaffo in pieno viso è arrivata la notizia che l’Electrolux avrebbe dovuto quasi dimezzare gli stipendi dei dipendenti e che se questo non fosse stato possibile si sarebbe ritrovata nella necessità di dover chiudere gli stabilimenti e di trasferirli in Polonia. Il balletto del reale valore dei tagli è stato lungo, ma sembra che le cifre più attendibili, fornite dalla UILM, siano le seguenti: un taglio del 18% sullo stipendio a cui sommare un taglio del 28% dovuto alla riduzione dell’orario di lavoro. A conti fatti si tratterebbe di circa 800 euro su uno stipendio lordo di 2000 euro. Si sono mobilitati i sindacati, le associazioni fattoriali locali, le istituzioni locali ed il governo per capire cosa sta accadendo a Electrolux e come scongiurare, se possibile, sia una riduzione così drammatica dello stipendio sia il pericolo che un’impresa importante come Electrolux abbandoni il nostro paese. Non è possibile entrare nel merito delle questioni aziendali che competono alle relazioni industriali in Electrolux ed anche farsi un’idea esatta di quello che sta accadendo non è semplice (a meno di non voler scivolare in prese di posizioni aprioristiche ed ideologiche), ma è possibile trarre spunto da questa vicenda per affrontare alcune riflessioni di ampio respiro che non è più possibile far finta di ignorare.

Una multinazionale famosa per la qualità dei propri prodotti, grazie alla qualità di tutta la sua filiera e dunque di chi vi lavora, che decide di abbandonare l’Italia per andare a produrre dove è meno costoso, mette in evidenza tutte le debolezze del nostro paese. Soprattutto se decide di spostare la produzione non nella lontanissima Cina, ma nella vicina Polonia che è, occorre ricordare, un Paese dell’Unione Europea. Il rischio di dumping sociale, sul quale l’UE dovrebbe vigilare, è altissimo, come è altissimo il rischio di un’inaccettabile corsa al ribasso dei salari e delle condizioni di lavoro, ma questa situazione non deve far perdere di vista che il nodo cruciale non riguarda la Polonia o Electrolux, ma riguarda il nostro sistema paese. Un primo problema è relativo al costo del lavoro eccessivamente alto: il costo orario medio del lavoro in Italia è di 24 euro (di cui 8 di oneri), mentre in Polonia (per avere un’idea) è di 11 euro (di cui 2,5 di oneri). Ma il costo del lavoro è solo un aspetto e neppure quello più importante. Una riduzione del costo del lavoro (auspicabile) può portare a miglioramenti nel breve periodo, ma non a miglioramenti strutturali. Come esempio basti pensare alla Germania che ha un costo del lavoro alto, ma che ha investito sulle riforme del lavoro e sulla produttività. Oppure alla Svizzera, paese lavorativamente “caro”, ma che invita le aziende italiane vicine al confine a trasferirsi sul territorio della confederazione garantendo agevolazioni di carattere fiscale e una macchina burocratica efficiente.

Qui emergono tre questioni: le regole del lavoro, il fisco e la burocrazia. Il diritto del lavoro deve essere uno strumento in grado di promuovere e tutelare il lavoro, non di ostacolarlo. Spesso sia le aziende che i lavoratori sono stretti tra le maglie di un sistema farraginoso e intricato, nel quale la produzione normativa è complessa e su più livelli. È degno di nota il tentativo di semplificare il diritto del lavoro, affinché le norme possano essere chiare, effettive, applicabili e soprattutto capaci di promuovere il lavoro. Verso questa direzione è importante segnalare la partecipazione a quest’opera non solo dei giuristi, ma pure delle parti sociali, del terzo settore e di tutti i soggetti coinvolti nel mondo del lavoro. Allo stesso tempo è opportuno ridare slancio a strumenti imprescindibili del mercato del lavoro quali i centri per l’impiego e le agenzie del lavoro e allo stesso tempo di valorizzare l’apporto che in questo campo può dare il terzo settore. Non si tratta tanto di trovare un modus vivendi tra pubblico e privato, quanto di sfruttare tutte le risorse disponibili per creare un mondo del lavoro giusto ed efficiente. Strumenti quali la cassa integrazione possono essere estremamente utili nei casi di crisi, ma è necessario superare le classiche politiche del lavoro passive per favorire un più vasto uso delle politiche attive. Un ruolo strategico viene svolto dalle relazioni industriali, in particolare dalla contrattazione a livello aziendale. Nel caso di Electrolux è importante vedere coinvolti non solo il governo e i sindacati, ma pure le istituzioni locali e le associazioni datoriali locali: è un segno della consapevolezza che il destino degli impianti industriali e di chi vi lavora non riguarda solo le parti in causa, ma tutto il territorio.

Il costo del lavoro è gravato di un’eccessiva pressione fiscale. Tutte le riforme del lavoro sbattono contro la domanda che tutti i consulenti del lavoro si sentono ripetere: “quale contratto devo utilizzare per spendere di meno?”. Non è più possibile rinviare la riduzione del cuneo fiscale e contributivo, non solo per una questione prettamente economica, ma soprattutto di giustizia. Il nostro sistema fiscale, per come è stato concepito fino ad oggi, di fatto penalizza chi crea lavoro, chi lavora e le famiglie, come se creare lavoro, lavorare e avere una famiglia fossero delle colpe, invece che delle sfide a cui riconoscere il giusto valore.

Allo stesso tempo l’Italia è oberata da un costo dell’energia molto alto, che chiama in causa non solo la pressione fiscale in materia, ma pure la questione strategica dell’approvvigionamento energetico. Il sistema burocratico è uno dei principali ostacoli allo sviluppo perché non solo genera confusione, ma soprattutto grava di carichi inutili la vita delle aziende. Snellire la macchina burocratica deve essere una priorità per chiunque voglia far tornare l’Italia un luogo appetibile nel quale investire.

A queste riflessioni di carattere concreto che il caso Electrolux richiama, se ne aggiunge una di carattere solo apparentemente astratto e che attiene a quello che pensiamo debba essere il lavoro. È giusto chiedere ai dipendenti un taglio così sostanzioso del proprio stipendio e di porre questo come condizione principale al fine di mantenere e di rilanciare gli impianti industriali? È giusto che gli effetti negativi della crisi economica o, talvolta, di cattive scelte industriali ricadano sui lavoratori e sulle loro famiglie? È giusto che il valore del lavoro sia attribuito solamente dal mercato? Le risposte a queste domande tratteggiano quale mondo del lavoro vogliamo, quale riforme siamo disposti a fare, qual è il valore che attribuiamo alla persona e al lavoro. Il mercato non è neutrale, mette al centro la massimizzazione del profitto senza riguardo a ciò che sul suo altare viene sacrificato. La sfida è quella di ribadire che il mercato, l’impresa, le istituzioni e il diritto esistono solamente funzione della persona e per servire la persona. È questa la più grande lezione che possiamo trarre dal caso Electrolux. Quando si  riceve una sberla in pieno viso è nostra la libertà se svegliarci e reagire, oppure se lasciarci andare. Lo schiaffo Electrolux sarà in grado di farci svegliare e reagire per lottare per le cose che valgono davvero?

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