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Marzo il mese del lavoro

In Fondazione Italiana Europa Popolare

Il neo Presidente del Consiglio nella sua agenda di governo ha messo come priorità del mese di Marzo le riforme del lavoro secondo le linee guida del famoso Job Act. Marzo, il mese in cui nel nostro Paese dovrebbe partire il progetto della Youth Guarantee attraverso il quale l’Unione Europea cerca di rispondere al problema, drammatico nel nostro Paese, della disoccupazione giovanile. Sempre in questo mese, il giorno 19, ricorre l’anniversario del brutale assassinio del prof. Marco Biagi ad opera delle Brigate Rosse. Marzo, il mese in cui verrà celebrato il XII Congresso Nazionale del Movimento Cristiano Lavoratori incentrato su “Il lavoro primo fattore di ripresa. Realizzare le riforme per garantire democrazia e giustizia sociale”.

Sono questi, tra molti, degli spunti che possono aiutare ad una riflessione sul mondo del lavoro. Le proposte sul lavoro si concentrano su come far ripartire l’occupazione e come tentare di risolvere la drammatica situazione dei giovani disoccupati e dei giovani che non sono dentro i percorsi formativi, che non lavorano e che non cercano alcun tipo di occupazione. Per questo motivo, da parte del governo, l’attenzione si sta focalizzando essenzialmente sulla reintroduzione di un contratto unico di inserimento per i giovani, un contratto a tempo indeterminato con la possibilità da parte del datore di lavoro di sospendere il rapporto nei primi tre anni (con un adeguato indennizzo economico proporzionato al lavoro svolto). Questo tipo di proposta tende a contrastare il fenomeno del precariato, per agevolare l’ingresso nel lavoro attraverso un contratto a tempo indeterminato. Cosa che nella realtà già esiste grazie al contratto di apprendistato, un contratto a tempo indeterminato incentrato sul percorso formativo on the job che dà la possibilità al datore di lavoro di non confermare l’assunzione alla fine del percorso formativo. Non si tratta tanto di fare un paragone tra un tipo di contratto e un altro, di soppesare i vantaggi dell’uno e gli svantaggi dell’altro, quanto di chiedersi quali siano i veri bisogni delle persone, in questo caso soprattutto dei giovani, per essere aiutate ad intraprendere il loro viaggio nel mondo del lavoro.

Tantissimi sono gli strumenti che possono essere utilizzati nel mondo del lavoro (educativi, normativi, economici, sociali, politici, culturali), ma il discernimento con cui sceglierli non dipende dagli strumenti ma dalla visione dell’uomo che ci ispira. Se il lavoro non è il prodotto di una opportuna mescolanza di fattori, ma è un’opera dell’uomo, l’enfasi si sposta dal sistema alla persona. Così un contratto che aiuti l’ingresso nel mondo del lavoro senza considerare fondamentale la dimensione formativa, rischia di rimanere un bel progetto sulla carta senza però tradursi in uno strumento capace di favorire l’occupazione e una occupazione che sia di qualità. La formazione on the job dà la possibilità al datore di lavoro di far crescere una persona secondo le reali necessità del lavoro e quindi di superare il gap tra il sistema educativo e il mondo del lavoro, mentre dà la possibilità alla persona di avere una solida formazione spendibile nel mercato del lavoro. La Youth Guarantee enfatizza il rapporto tra formazione e lavoro come chiave di volta per superare la drammatica situazione della disoccupazione giovanile. Sono previsti, tra finanziamenti comunitari e cofinanziamenti nazionali, circa un miliardo e mezzo di euro in due anni per garantire, entro quattro mesi dall’uscita del percorso formativo o dall’inizio della disoccupazione,”un’offerta qualitativamente valida di lavoro, proseguimento degli studi, apprendistato, tirocinio o altra misura di formazione”. La speranza è quella di riuscire ad implementare questo progetto nel nostro Paese senza ulteriori ritardi ed in modo efficace. Una delle difficoltà a calare nella nostra realtà questo progetto è l’intricato sistema istituzionale che governa il lavoro in Italia, un sistema che oltre al governo centrale vede la presenza importantissima delle regioni e delle provincie ed ha un insieme di norme e di regolamenti intricato, spesso farraginoso e non omogeneo. Questo aspetto ci riporta ad un’iniziativa molto importante, ovverosia la semplificazione delle norme che regolano il mondo del lavoro. La semplificazione normativa, che vede coinvolti studiosi, sindacalisti, datori di lavoro, operatori del mondo del lavoro, il terzo settore è un’opera volta a migliorare il nostro quadro di riferimento normativo, affinché il diritto non sia un ostacolo, ma un fattore di promozione del lavoro.

Assieme agli interventi sulle norme sono indispensabili anche una serie di interventi sulla pressione fiscale, come il taglio dell’Irap e del cuneo fiscale, per favorire gli investimenti economici e la riduzione del costo del lavoro. Tutti gli operatori del mondo del lavoro sanno che molto spesso i datori di lavoro scelgono una forma di rapporto di lavoro piuttosto che un’altra non in base alle necessità organizzative, ma al costo dei contratti. Questo mal costume, non raramente dettato dalle difficoltà economiche e fiscali, non può essere contrastato attraverso la riduzione delle tipologie contrattuali. La diversificazione dei contratti rimane necessaria in un modo del lavoro che è sempre più caratterizzato dal bisogno di variare rapidamente le strutture organizzative ed allo stesso tempo di valorizzare nel miglior modo possibile il contributo del lavoratore. Superare la pericolosa morsa della precarietà in cui molte persone si trovano non dipende tanto dalle tipologie dei contrattuali, dagli incentivi economici, dalle norme, dall’applicazione delle norme, dai controlli degli organi competenti, ma dipende dalla cultura delle persone. In questo giocano un ruolo fondamentale quelle aggregazioni sociali che vivono nel mondo del lavoro, che mettono al centro del lavoro la persona ed il bene comune.

Il lavoro può essere il primo fattore di ripresa solamente se ha come fine ultimo la persona e il bene comune, ricordando che non è il lavoro che rende liberi (come campeggiava sull’ingresso di Auschwitz), ma che il gesto di un uomo libero rende un lavoro il Lavoro.

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