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Il governo ribadisce l’importanza dell’apprendistato

In Fondazione Italiana Europa Popolare

Tra i punti toccati dal decreto legge n. 34 del 20 marzo 2014 presentato dal governo Renzi vi è l’apprendistato. Il decreto legge conferma l’apprendistato come canale privilegiato per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Superando la tentazione del contratto unico, il governo ribadisce l’importanza di questo strumento normativo e la sua capacità di coniugare lavoro e formazione.

Eppure, cercando di apportare alcune modifiche volte a semplificare il contratto di apprendistato, il decreto presenta alcune criticità che potrebbero incidere negativamente sul futuro di questo strumento. La prima criticità è l’abolizione dell’obbligo di redigere in forma scritta il piano formativo. L’eliminazione di quest’obbligo ha come ratio quella di voler semplificare le procedure per facilitare l’utilizzo di questa forma contrattuale e di renderla meno ostica alle aziende che la vogliono impiegare. L’effetto pratico, però, è quello di complicare la vita delle imprese, le quali, in caso di ispezioni, non potrebbero più dar prova dell’esistenza del piano formativo stesso. Senza tener conto del rischio di diminuire il livello e la qualità della formazione. Allo stesso tempo, il decreto ha eliminato l’obbligo nell’apprendistato professionalizzante di affiancare alla formazione concernente “il mestiere” la formazione pubblica, esterna o interna all’azienda, che ha come scopo quello di far crescere le competenze trasversali. In questo caso i problemi che sorgono sono due. Il primo problema riguarda il rischio concreto che il decreto venga sanzionato dalla Corte di giustizia europea come aiuto di Stato con il conseguente obbligo da parte delle imprese di dover restituire gli incentivi. Questo rischio sorge perché, eliminando l’obbligo della formazione pubblica, l’apprendistato diventa del tutto simile al vecchio contratto di formazione lavoro, che l’Unione Europea ha già sanzionato. Il secondo problema concerne la mancanza di formazione delle competenze trasversali della persona, il voler focalizzarsi solamente sul mestiere senza avere uno sguardo ad ampio raggio. A queste criticità va aggiunta quella relativa alla retribuzione dell’apprendistato “scolastico”. Questa forma di apprendistato ha come scopo l’acquisizione di una qualifica o di un diploma professionale. All’estero la retribuzione di questo tipo di contratto è molto inferiore rispetto alla retribuzione di chi svolge le stesse mansioni ma non ha questo regime contrattuale, perché si fa una valutazione complessiva che riguarda il fatto che un apprendista è meno produttivo e che gravano sul datore di lavoro importanti ed onerosi obblighi formativi. Nel nostro caso invece vi è una retribuzione normale nel caso delle ore effettivamente lavorate, con una riduzione della retribuzione pari al 35% del monte ore complessivo per le ore in cui l’apprendista è impegnato nel percorso di formazione. Tutto questo senza tener contro delle differenti normative regionali in materia, che di fatto creano delle discriminazioni tra imprese residenti in regioni differenti.

Queste sono solo alcune delle criticità che si incontrano affrontando il decreto legge sul lavoro, ma la preoccupazione che riguarda l’apprendistato va oltre le questioni tecniche. Le questioni tecniche possono esse sempre risolte, magari attraverso un attento e non ideologico passaggio parlamentare, ma quello su cui far chiarezza è la visione che si vuole portare avanti sul rapporto tra lavoro e formazione. È quasi un luogo comune ripetere che tantissimi problemi dell’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e tante difficoltà da parte dei datori di lavoro nel reperire i giovani con le competenze necessarie dipendono dall’abisso che separa i percorsi scolastici e universitari dal mondo del lavoro. Per cercare di rimediare a questa situazione è stato introdotto uno strumento come l’apprendistato al quale molto spesso si fa appello come se fosse un mantra, ma del quale non è stata compresa appieno la portata. L’apprendistato non è solo un contratto di inserimento, ma è molto di più perché rappresenta la possibilità di introdurre una forma di apprendimento attraverso il lavoro, che non vede il lavoro come un momento separato dalla formazione o viceversa. Si tratta di un passaggio culturale importantissimo che può rivitalizzare sia la scuola che il lavoro, in particolare può ridare slancio a tante professionalità e a tanti “mestieri” che sono il cuore del made in Italy.

Si tratta di un passaggio culturale che ha bisogno di un sostegno da parte delle istituzioni chiamate a legiferare e ad applicare le norme, da parte delle relazioni industriali che possono concretamente realizzare i percorsi di apprendistato. È un’occasione da cogliere che non può essere sprecata a causa di errori dovuti al pressappochismo, alla mancanza di dialogo tra le istituzioni e le parti sociali o per l’incapacità a comprendere che il diritto non è una formula magica ma uno strumento che può agevolare e favorire lo sviluppo del mondo del lavoro nella misura in cui agevola e favorisce lo sviluppo della persona.

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