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Jobs Act: sono già evidenti alcuni rischi

In Fondazione Italiana Europa Popolare

Il decreto del Governo Renzi sul lavoro, il cosiddetto Jobs Act, ha superato, non senza difficoltà, il vaglio della Camera dei Deputati ed è in attesa del passaggio al Senato, dove si preannuncia un confronto serrato nella stessa maggioranza, per poi divenire legge dello Stato. In questa prima fase sono state apportate alcune modifiche al decreto, le più significative delle quali sono: le proroghe possibili per un contratto a termine (per un totale di 36 mesi) sono scese da 8 a 5; i lavoratori con un contratto a termine in un’impresa non potranno superare il 20% di quelli a tempo indeterminato e in caso di superamento di questo limite i contratti in eccedenza dovranno essere trasformati in contratti a tempo indeterminato; prima di assumere nuovi apprendisti l’azienda (con più di 30 dipendenti) deve stabilizzare almeno il 20% che hanno terminato l’apprendistato. Non si tratta di alcune questioni tecniche, anche se nel campo del lavoro i tecnicismi spesso possono fare la differenza tra un occupato e un disoccupato, ma si tratta di una visione complessiva rispetto al lavoro. E la visione sul lavoro rispecchia una più ampia visione sulla società. È ancora troppo presto per esprimere un parere complessivo sulla riforma, visto che dovrà affrontare il delicato passaggio al Senato, eppure sono già evidenti alcuni rischi. Il primo è quello di rimanere intrappolati in vecchie logiche che vedono il sistema produttivo come il luogo dello scontro tra classi, tra interessi contrapposti ed inconciliabili, come il luogo del conflitto. Se i rapporti di lavoro sono incentrati sul conflitto è ovvio che le tutele debbano essere solamente dei mezzi di difesa a cui accostare un sistema sanzionatorio capace di punire in maniera pesante chi sgarra. Si tratta di una visione che può soltanto difendere l’esistente, ma l’esistente del nostro tempo sono i giovani che non riescono ad entrare nel mondo del lavoro, sono le donne che rimangono nel limbo di un sistema che le penalizza, sono gli over 50 che perdono il lavoro e non riescono a reinserirsi, ecc…

Il nostro oggi non è da preservare, ma da cambiare. Per farlo non basta intervenire sugli strumenti, ma avere una nuova visione su come utilizzare quegli strumenti. In una visione che non esalta il conflitto, ma che mette al centro la persona e la comunità, il diritto con le sue tutele e le sue sanzioni diventa uno strumento di promozione del lavoro e non un fardello. Così si comprende l’importanza del dibattito su quante volte è possibile reiterare un contratto a termine oppure su quali caratteristiche deve avere l’apprendistato.

In una visione che pone al centro la persona e la comunità, il metodo non è quello del conflitto, ma quello del confronto, innanzitutto il confronto con le parti sociali. Proprio la mancanza di un serrato confronto con le parti sociali è uno dei punti deboli, forse il maggiore, del Job Act. Mettere le mani sul mondo del lavoro con chi il lavoro lo vive, lo fa e lo rappresenta, significa far cadere dall’alto delle riforme che nel migliore dei casi non vengono applicate perché sentite distanti o perché dannose. Non bisognerebbe mai dimenticare che tante riforme del lavoro non hanno mai prodotto effetto o perché le Regioni, che in materia svolgono un ruolo fondamentale, non le hanno mai applicate o perché chi opera nel mondo del lavoro non ne ha mai fatto ricorso. È uno dei tantissimi casi in cui la realtà è più importante dell’idea. La situazione di crisi che stiamo da tanto tempo attraversando non si può superare attraverso i decreti, ma con l’apporto delle forze migliori che il nostro Paese può mettere in campo. E di queste forze il nostro Paese è estremamente ricco, tanto da rappresentare il vero vantaggio competitivo nei confronti del resto del mondo. Solo una visione ristretta può far credere che un tessuto sociale come il nostro, così rigoglioso e ramificato, possa essere un freno allo sviluppo. È vero il contrario, poiché è questo il luogo a cui guardare per il rilancio del nostro Paese, per mettere le basi per uno sviluppo vero e duraturo, che non abbia come principali indicatori gli indici di borsa ma quante persone sono occupate e come lo sono, che non abbia come unico parametro la misura della ricchezza ma quella del bene comune.

Il contesto in cui si sta svolgendo il dibattito parlamentare sulla conversione in legge del decreto lavoro che dovrà forzatamente concludersi entro il 20 Maggio, è un contesto in cui moltissimi sono gli esclusi (giovani, donne, over 50, soggetti con fragilità, ex carcerati, ecc…) che rischiano di essere perennemente esclusi. Per questo la posizione di chi ha cuore solamente l’esistente è ingiusta e deleteria per il nostro futuro, perché di fatto non fa che consolidare queste sacche (sempre più vaste) di esclusione. Occorre invece dare priorità alla partecipazione delle persone al mondo del lavoro e del coinvolgimento delle parti sociali, tenendo conto che le parti sociali non possono essere più ridotte solamente ai rappresentanti dell’industria e del sindacato, proprio per la ricchezza del nostro tessuto sociale. Certo ci vuole molto coraggio, ma in un mondo pieno di riformisti speriamo di trovare anche dei riformatori.

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