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L’attualità del magistero di Papa Paolo VI

In Fondazione Italiana Europa Popolare
“Tutta la vita di Paolo VI fu piena di una adorazione e venerazione verso l’infinito mistero di Dio. Proprio così vediamo la sua figura nella luce di tutto ciò che ha fatto ed insegnato; e la vediamo sempre meglio, a misura che il tempo ci allontana dalla sua vita terrestre e dal suo ministero”. Queste parole pronunciate da Papa Giovanni Paolo II durante l’Angelus del 3 dicembre 1980 ben introducono la splendida e poliedrica figura del Papa recentemente beatificato. Il tempo che ci separa da quella notte del 6 agosto del 1978 in cui il Pontefice è tornato alla casa del Padre sta restituendo tutta la grandezza di uomo, di cristiano e di pastore ad un personaggio che per alcuni è stato troppo poco progressista o troppo poco tradizionalista, oppure non abbastanza risoluto ed eccessivamente riflessivo. Tutte queste posizioni, a più di trent’anni dalla morte appaiono prive di consistenza poiché nel tempo sono germogliati i frutti seminati da questo grandissimo Papa non solamente nel periodo del suo Pontificato, ma durante tutta la sua vita spesa tra la FUCI, la Segreteria di Stato e la guida della arcidiocesi ambrosiana. Un Papa che ha affrontato con mitezza ed allo stesso tempo con fermezza le grandi crisi della società del tempo, a cui non è stato risparmiato il dolore (un esempio su tutti è l’assassinio di Aldo Moro) né le critiche e che ha saputo guardare con acutezza e con speranza le profonde ferite della Chiesa.
L’attualità del magistero di Papa Paolo VI e il suo carattere profetico emergono nei gesti come il viaggio in Terra Santa del 1964 (primo tra i successori di Pietro), il suo importantissimo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1965) o l’abbraccio con il Patriarca Atenagora I nel 1967 che segna il progressivo riavvicinamento tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa, ma ancor più nelle parole e nei documenti che ci ha lasciato. Tra questi risaltano le due splendide Encicliche Populorum Progressio (1967) e Humanae Vitae (1968) in cui il Pontefice pone l’accento su due aspetti centrali nel dibattito odierno: lo sviluppo dei popoli e la promozione della vita umana. Dalla lettura di queste due encicliche, scritte a breve distanza l’una dall’altra, emerge una visione olistica dell’uomo in cui lo sviluppo dei popoli (a partire dai paesi poveri) e la promozione della vita umana non sono elementi distinti, come gran parte del pensiero sia ai tempi di Paolo VI che ai nostri giorni ritiene, ma sono collegati, perché il vero sviluppo dei popoli è possibile solo attraverso la promozione della vita umana. Una posizione che nei grandi scontri ideologici dell’epoca suscitò molte critiche, ma che è stata sempre ripresa e ampliata dai suoi successori e che il tempo ha dimostrato quanto fosse vera.
Una particolare attenzione Paolo VI, durante tutta la sua vita, l’ha posta sul mondo del lavoro. Il Papa ben sapeva quanto impregnato di ideologia fosse il mondo del lavoro, quanto il lavoro fosse un elemento di scontro e di divisione in cui il materialismo e l’utilitarismo avevano contagiato persino il mondo cattolico minacciando la stessa dottrina della Chiesa. Proprio per questo il Pontefice ha sempre avuto nei riguardi del lavoro un’attenzione particolare, un’attenzione che non si è espressa solamente attraverso le parole, ma soprattutto attraverso i gesti concreti che hanno avuto come momento di maggior forza simbolica la celebrazione della Santa Messa della notte di Natale a Taranto nei cantieri dell’Italsider nel 1968.
Paolo VI è soprattutto il Papa del Concilio Vaticano II. Non solo Paolo VI ha portato a termine i lavori a cui aveva dato inizio San Giovanni XXIII (che aveva aiutato nella fase preparatoria), ma è stato il Pontefice che ha visto crescere sia i germogli che le erbacce post conciliari. Se da una parte con la sua celebre frase “aspettavamo la primavera, ed è venuta la tempesta” ha voluto indicare le grandi difficoltà che la Chiesa del dopo Concilio ha dovuto affrontare, dall’altra Papa Montini ha vissuto e promosso una stagione che ha visto il fiorire dei movimenti ecclesiali. Non sempre si coglie appieno l’importanza di questi frutti dello Spirito nella vita della Chiesa e della società, eppure proprio i movimenti ecclesiali realizzano quel grande desiderio del Concilio di testimoniare Cristo in mezzo alla gente in un mondo in profondo mutamento. Tra questi movimenti nati e cresciuti sotto il suo pontificato c’è il Movimento Cristiano Lavoratori nato da alcune persone che non accettando la svolta a sinistra delle ACLI decisero di uscire e dar vita a un nuovo movimento che avesse come scopo quello di testimoniare Cristo nel mondo del lavoro. Proprio per il desiderio di vivere unitariamente la propria fede, di reperire nella fede il criterio di giudizio della realtà, di non cedere a visioni parziali e ideologiche del lavoro ma di riaffermare nel lavoro gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, il MCL trovò nel beato Paolo VI un amico capace di dare coraggio nei momenti difficili. E le parole del Beato Giambattista Montini al MCL durante l’Angelus dell’8 dicembre 1972 possono essere un esemplificazione del suo pensiero su come dovessero essere i cristiani nel mondo del lavoro: “sappiamo che è presente un gruppo di lavoratori cristiani, fedeli ai loro principi morali e sociali, e fiduciosi di portare nella propria vita e nel mondo del lavoro moderno una testimonianza di fede, di solidarietà, di rivendicazioni sociali, di elevazione morale e civile”.

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