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La Garanzia Giovani mette a nudo l’inadeguatezza delle politiche attive del lavoro

In Fondazione Italiana Europa Popolare

Il re è nudo. Dopo sei mesi dall’attivazione della Garanzia giovani, i dati del monitoraggio confermano la poca incisività di questo programma. Al 30 ottobre gli iscritti alla Garanzia Giovani erano 273.124, dei quali 76.003 (il 28%) sono stati presi in carico e profilati. Le opportunità di lavoro complessive pubblicate dall’inizio del progetto sono pari a 20.551, per un totale di posti disponibili pari a 29.229; di queste 5.629 sono ad oggi attive per un totale di 7.403 posti disponibili. Il 71,7% delle occasioni di lavoro è concentrato al Nord, mentre il13,6% riguarda il Centro e il 14,6% il Sud. Appaiono poi evidenti i forti squilibri regionali poiché vi sono regioni come il Piemonte, la Valle d’Aosta, il Friuli Venezia e Giulia, le Marche, l’Abruzzo, il Molise, la Basilicata e la Calabria che non hanno ancora emanato i bandi per la programmazione attuativa delle risorse. Se si tiene conto dei due dati fondamentali, ossia che i giovani NEET, che dovrebbero essere i primi beneficiari del programma, sono poco più di due milioni e che le risorse della Garanzia Giovani sono pari ad un miliardo e cinquecento milioni di euro, diventa evidente portata del problema. La Garanzia Giovani sta mettendo a nudo tutta l’inadeguatezza delle politiche attive del lavoro. Ci sono alcuni aspetti più di altri che risaltano agli occhi: la profonde differenze tra le regioni, che fa ben emergere che in Italia non esiste un solo “mercato” del lavoro, ma ogni regione ha il proprio; la mancata integrazione tra soggetti pubblici e privati che dovrebbero accogliere il giovane e sostenerlo nel lungo e travagliato percorso di ingresso nel mondo del lavoro; la distanza siderale tra chi si “occupa” di lavoro e chi il lavoro lo crea, ossia le imprese; l’incapacità di raggiungere gli esclusi, poiché la maggior parte degli iscritti al programma sono giovani già attivi. La Garanzia Giovani, che ha il grandissimo merito di toglierci l’alibi della mancanza di risorse, offre un’importante occasione per riflettere seriamente e senza preconcetti sul mondo del lavoro.
Da anni si parla di ammodernare il nostro mondo del lavoro attraverso il diritto del lavoro, attraverso l’introduzione di nuove politiche attive e passive del lavoro, attraverso l’introduzione di soggetti diversi da quelli pubblici nell’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. Molto è stato fatto, ma sostanzialmente non si è mai voluto andare fino in fondo, c’è un ambiguità che persiste e che la Garanzia Giovani sta mettendo in luce. Il nostro sistema è inadeguato al cambiamento perché timoroso di prendere atto della realtà e soprattutto perché incapace di ripensare la promozione del lavoro e la promozione delle tutele come se fossero una sola cosa. Siamo stati abituati a concepire il lavoro come il luogo della divisione: una classe contro l’altra; il mio posto contro quello degli altri; le ragioni del lavoro contro quelle della famiglia; quello che faccio contro quello che sono. A ben guardare si tratta della trasposizione nel mondo del lavoro di una visione riduttivistica e schizofrenica dell’uomo i cui effetti sono brutalmente fotografati dai dati sulla poca partecipazione al mondo del lavoro e dal numero dei NEET.
La Garanzia Giovani con le risorse che mette a disposizione e per il fatto che ci costringe a mantenere alta l’attenzione sulla grande questione dei giovani nel mondo del lavoro, potrebbe essere la chiave per fare finalmente un salto di qualità. C’è un dato che non rientra nei numeri, ma che il centro studi Adapt assieme a la “Repubblica degli stagisti” sta facendo emergere, ossia che molti ragazzi lamentano un approccio eccessivamente burocratico. Questo dato “qualitativo” ci introduce ad un aspetto fondamentale, ossia che non è possibile raggiungere attraverso un approccio burocratico chi è escluso, i famosi NEET che rappresentano il primo obiettivo della Garanzia Giovani. Qualche giorno fa si è svolto a Salerno il Convegno della CEI “Nella precarietà, la speranza”, in cui sono emerse tante esperienze fatte dalle diocesi e dalle associazioni e movimenti. Il punto fondamentale che molti hanno voluto sottolineare è che non più possibile aspettare i giovani, poiché occorre andare a cercarli dove sono, altrimenti tutti i bei programmi di inserimento e di accompagnamento nel migliore dei casi toccheranno i giovani già attivi, ma non raggiungeranno mai chi sta in una condizione di esclusione. Così viene alla luce un aspetto spesso nascosto, ossia che il mondo del lavoro non può fare a meno di tutte le forze che la società dispone e di una visione inclusiva e sussidiaria dei corpi intermedi. Se riuscissimo a riconoscere questo aspetto, non solo la Garanzia Giovani potrebbe avere un maggiore successo, ma potrebbe non essere l’ultima delle occasioni sprecate, bensì il primo passo per un cambiamento di paradigma del mondo del lavoro.

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