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Ad ogni rilevamento ISTAT un nuovo record negativo per il lavoro

In Fondazione Italiana Europa Popolare

Qualche giorno fa sono stati pubblicati gli ultimi dati ISTAT relativi allo scorso novembre, dati che hanno fotografato un peggioramento del lavoro nel nostro Paese. La disoccupazione è al 13,4%, la disoccupazione giovanile è al 43,9%, mentre il tasso di occupazione è pari al 55,5%. Inoltre il 62% dei disoccupati sono disoccupati di lunga durata.

Ad ogni rilevamento dell’ISTAT il mondo del lavoro registra un nuovo record (negativo), una situazione alla quale sembriamo ormai rassegnati. Allo stesso tempo la Garanzia Giovani sulla quale così tante speranze sono state riposte si sta rilevando un flop clamoroso che mette a nudo in maniera impietosa le inefficienze dei nostri servizi al lavoro. In mezzo a tutto questo entra nel vivo il Jobs Act dopo l’approvazione dei primi decreti attuativi relativi al contratto a tutele crescenti e alla nuova Aspi. L’ennesima riforma delle regole del lavoro sarà in grado di far “cambiar verso”, come piace dire al Premier, al mondo del lavoro? Riuscirà a dare aria al nostro asfittico mondo del lavoro? Ma, cosa molto più importante, saprà riportare quell’indispensabile fiducia che è alla base di ogni economia? Dare oggi un giudizio sul Jobs Act non è facilissimo, perché sono stati approvati solamente due decreti attuativi e forse neppure quelli di maggior impatto. La materia è in continuo mutamento, addirittura sembra che i nuovi contratti di ricollocamento siano spariti dai decreti attuativi. Questa fluidità non aiuta certo chi deve creare lavoro, senza certezze investire risulta essere un rischio eccessivo. La sensazione è che ci sia una certa immobilità in attesa di capire quale piega prenderanno gli eventi.

Seppur gli incentivi previsti nella legge di stabilità siano molto interessanti, quello che emerge è un navigare a vista in cui non esiste una rotta per uscire dalle secche che impietosamente l’ISTAT continua a rilevare. Invece di provare a capire quale sarà il lavoro del futuro, con tutte le difficoltà e i rischi che questo comporta, si è preferito concentrare la discussione sull’art.18, ritornare a far sventolare le bandiere delle ideologie, si è preferito focalizzare l’attenzione su aspetti importanti, ma non decisivi. Così facendo il grande assente è stato il dibattito sul mondo del lavoro, sui modelli industriali, sulla ricerca, sul ruolo del nostro Paese e della nostra economia nel mondo.

Non è un caso, forse, che i decreti attuativi sulle questioni di maggior impatto come la semplificazione delle norme del lavoro o le politiche attive del lavoro non siano stati ancora emanati. È inutile e deleterio, però, soffermarsi a contemplare ciò che non funziona ed è umiliante lasciarsi dominare dal lamento. Occorre rimettersi in moto e imparare le lezioni che in maniera così dolorosa ci sono state impartite. La prima e più importante è che il lavoro non si crea per decreto. Una riforma non basta a creare lavoro, le norme non sono che degli strumenti. L’altra grande lezione è che tra la norma e la sua applicazione può esserci una distanza abissale, soprattutto in materia lavoristica in cui anche le Regioni sono titolate a legiferare. Così non ha senso parlare di mercato del lavoro italiano, ma è necessario riferirsi a più mercati del lavoro.

Il sostanziale flop della Garanzia Giovani, sta mettendo in luce l’inadeguatezza dei nostri servizi al lavoro, della concertazione tra politiche attive e passive del lavoro. La grande scusa per non andare fino in fondo ad implementare le politiche attive del lavoro, ad armonizzare le politiche attive e quelle passive trasformando il sistema di welfare e in un sistema di workfare, è sempre stata quella della mancanza di fondi. Le politiche del lavoro costano, e costano molto. In pochi hanno cercato di sfatare questo tabù. Oggi grazie al finanziamento di un miliardo e mezzo di euro per la Garanzia Giovani possiamo renderci conto che il vero problema non è il reperimento delle risorse, ma la capacità e la volontà di utilizzarle. La Garanzia Giovani è una cartina di tornasole che sta rilevando tutte le nostre inadeguatezze. Non si tratta di recriminare contro la pubblica amministrazione né contro la politica, ma di rendersi conto della necessità di un cambiamento di mentalità per superare l’arbitraria dicotomia Stato-individuo, o l’idea che gli unici soggetti possano essere lo Stato e, in qualche caso, i privati. La Garanzia Giovani con la sua incapacità di incontrare i giovani NEET (gli emarginati o auto emarginati del nostro tempo) per i quali questo programma è stato pensato, ha messo in evidenza l’importanza di mettere in gioco il terzo settore, tutte le componenti della società che vivono le realtà dei territori e che incontrano le persone. Non è un discorso da poco, poiché implica un vero “cambiamento di verso” in cui il soggetto principale del mondo del lavoro non è il lavoro, ma la persona. È questo l’aspetto più rilevante che le nuove e vecchie forme contrattuali devono maggiormente valorizzare per non incappare in vere e proprie ingiustizie che continuano ad essere perpetrate come la proliferazione delle false partite iva, un fenomeno che in pochi hanno il coraggio di affrontare.

La speranza è quella che nei prossimi mesi, con gli altri decreti attuativi, il Jobs Act sia in grado di dare una svolta al mondo del lavoro e magari di essere la leva capace di smuovere anche altre riforme necessarie affinché il nostro Paese non continui ad accogliere con sempre maggiore rassegnazione i rapporti dell’ISTAT.

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