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In nome dell’amore per i poveri

In Fondazione Italia Europa Popolare

“Questa economia uccide” è il titolo forte, quasi provocatorio, del libro di Andrea Tornielli e di Giacomo Galeazzi, edito da Piemme, in cui gli autori cercano di fare chiarezza sul pensiero sociale di Papa Francesco partendo proprio da un’espressione stessa del Pontefice. Il libro è un aiuto per superare le tante ambiguità con cui viene guardato il Magistero di Papa Francesco e della Chiesa nell’ambito economico, come è emerso dalle presentazioni del libro, a Milano e a Roma, con la partecipazione tra gli altri dei cardinali Angelo Scola e Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Del Rio, del prof. Stefano Zamagni e del presidente del MCL Carlo Costalli.
L’accusa da più parti sentita è: “il Papa è comunista”, “il Papa è influenzato dalla teologia della liberazione”, “il Papa è pauperista”. Tali accuse permettono di etichettare il suo messaggio e di relegarlo nell’angusto ambito dell’ideologia, così come il suo accorato richiamo all’amore preferenziale per i poveri (una costante nell’insegnamento della Chiesa e di tutti i Pontefici). Perché questo accade? La verità è che Papa Francesco ci mette di fronte alle nostre ambiguità, alle nostre tante giustificazioni, ai tanti nostri piccoli e grandi tradimenti.
Etichettare l’insegnamento del Pontefice “di sinistra”, “di centro” o “di destra” significa che l’ideologia giudica la fede, mentre la grande pretesa cristiana è che la fede giudica tutta la realtà. Per questo la Chiesa può ben insegnare sulla politica, sull’economia e su tante altre cose, poiché il giudizio non nasce da una visione, ma da una fede incarnata capace di vivere e giudicare le circostanze. È l’esatto contrario dell’ideologia.
Il nome che Bergoglio ha fatto suo il giorno dell’elezione al soglio di Pietro è quello del poverello di Assisi, un Santo che è l’emblema  dell’amore preferenziale per i poveri e, allo stesso tempo, della lotta al pauperismo. Al tempo di Francesco la cristianità era flagellata dall’eresia catara per la quale la creazione è segnata dal male, un’eresia che conduceva all’odio verso le cose create, a partire da se stessi.
Contro tutto questo Francesco, povero tra i poveri, annunciava la gioia del Vangelo, l’amore di Dio che riverbera in tutta la creazione e che ha nel Cantico delle Creature la sua sintesi. Non a caso, centrale nel Magistero del Papa che porta il nome del poverello di Assisi è il rapporto tra l’uomo e il creato, come ribadirà nell’enciclica che uscirà nei prossimi mesi, un rapporto in cui l’essere umano ha il compito di essere custode, non padrone, della Natura. In questo emerge una dimensione che sta diventando sempre più importante nel Magistero del Papa, ossia la ‘cultura dello scarto’ contro la quale ci mette sempre in guardia. La cultura dello scarto ci porta a gettare via ciò che non è utile, ciò che ci può dare in qualche modo fastidio, come i bambini, gli anziani, i malati, i poveri per proseguire con sempre nuove categorie. La cultura dello scarto è il vero prodotto dell’idolatria del denaro, della ricchezza, che ha nella finanziarizzazione dell’economia uno dei suo simboli.
È significativo che il Papa dica “questa economia uccide”, non “l’economia uccide”, perché il male non è l’economia e neppure la finanza, ma una certa visione dell’economia che fa di essa il metro di giudizio del mondo.
Eppure il magistero di Papa Francesco, come emerge nell’intervista al Pontefice che conclude il volume di Tornielli e Galeazzi, non è una condanna, ma un invito a riscoprire la gioia del Vangelo e di esserne testimoni. Non si tratta di sostituire un sistema con un altro, né di correggere delle storture, ma si tratta di qualcosa di ben più radicale come dice il Papa: “il pastore può fare i suoi richiami [ai politici, all’economia], ma sono convinto che ci sia bisogno, come ricordava Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in Veritate, di uomini e di donne con le braccia alzate verso Dio per pregarlo, consapevoli che l’amore e la condivisione da cui deriva l’autentico sviluppo non sono un prodotto delle nostre mani, ma un dono da chiedere”. È quella logica del dono che aveva stupito un po’ tutti quando Benedetto XVI l’aveva indicata come il punto di partenza per uscire rigenerati dalla crisi economica, una logica che contraddice l’utilitarismo di cui il nostro tempo è permeato.
All’intrinseca violenza del concepire le persone in funzione di qualcosa (il profitto, il partito, il radioso avvenire), si contrappone la consapevolezza di essere voluti solo per il nostro bene, sempre, in ogni circostanza, come l’amore preferenziale per i poveri ci testimonia. Perché, dice Papa Francesco, “la Chiesa quando invita a vincere quella che ho chiamato la globalizzazione dell’indifferenza è lontana da qualunque interesse politico o da qualunque ideologia: mossa unicamente dalle parole di Gesù vuole offrire il suo contributo alla costruzione di un mondo dove ci si custodisca l’un l’altro e ci si prenda cura l’un dell’altro”.

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