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Non ha senso una riforma della scuola senza studenti, docenti e famiglie

In Fondazione Italiana Europa Popolare

In questi giorni si stanno approvando a Montecitorio gli articoli della riforma della scuola. Che la “Buona Scuola” non sia solo un auspicio, ma che possa aiutare ad avere un sistema formativo buono dovrebbe essere la speranza di tutti quelli che hanno a cuore il futuro del nostro Paese.

I dubbi che questa riforma porta con sé, però, sono grandi e la bagarre, chiamiamola così, tra governo e sindacati sui docenti, sui presidi, sulle strutture scolastiche e altro ancora rendono il clima poco adatto ad una valutazione serena, soprattutto tendono a distorcere la prospettiva. La durezza del confronto – che proprio confronto non sembra essere, ma con ottimismo usiamo questa espressione – tra scioperi e minacce di bloccare gli scrutini, tende a spostare l’attenzione da quello che dovrebbe essere il centro della riforma: gli studenti. Una riforma della scuola che non mette al centro gli studenti è nel migliore dei casi inutile, mentre nel più probabile di casi è dannosa. Questo non significa non dare la giusta importanza alle strutture scolastiche o ai docenti, ma significa che il criterio con cui giudicare ogni decisione deve essere il bene dei ragazzi. Se si rifiuta questa prospettiva, non rimane che la logica dello scontro di potere – tra il governo e i sindacati, tra i docenti e i presidi, tra la scuola e gli studenti – che può portare ovunque, a seconda di chi ha più potere, ma che di certo ci allontana dall’avere una buona scuola. Nessuno è così ingenuo da non sapere come si sia giunti a questa situazione, quali scelte di comodo della politica abbiano dato vita alle profonde ingiustizie che molti docenti, soprattutto quelli giovani, vivono quotidianamente. Né si può essere tanto ipocriti da non riconoscere che lo svilimento della figura dell’insegnate non sia che il riflesso del disprezzo del compito educativo, disprezzo che per primo colpisce le famiglie. Ed è fuori dal tempo la continua contrapposizione tra scuola statale e scuola paritaria, figlia di una visione dello Stato molto lontana da qualsiasi tradizione realmente democratica.

Se la prospettiva è quella del bene dei ragazzi non si tratta di dividersi in fazioni, ma di cercare insieme le soluzioni migliori, tenendo conto che se da una parte ci sono innegabili problemi e profonde situazioni di ingiustizia, dall’altra ci sono anche tantissimi esempi di una scuola già buona. Le polemiche sul “super preside”, su come valutare gli insegnanti e quindi sugli scatti legati al merito, l’assunzione o la stabilizzazione del rapporto con i docenti, sono le parti più controverse e delicate, ma non devono distogliere l’attenzione da cosa verrà insegnato ai ragazzi. Sotto questi aspetti le cose più interessanti sono: le lingue straniere, il rafforzamento di alcune materie e il rapporto tra la scuola e il lavoro. L’insegnamento dell’inglese fin dalla scuola primaria è stato presentato come la grande novità in grado di aiutare a superare il deficit relativo alle lingue straniere, che ha una ricaduta importantissima sul futuro – lavorativo, ma non solo – in un mondo globalizzato. Vero. Solo che l’insegnamento dell’inglese ha già un ruolo centrale, ma questa centralità viene disattesa dalla mancanza di risorse e dal fatto che – come è stato più volte denunciato – l’inglese, e più in generale le lingue straniere, sono insegnate male, ossia viene dato troppo spazio alla grammatica e poco all’uso quotidiano della lingua. È lodevole cercare di rilanciare l’insegnamento della musica e dell’arte per riportare la creatività nelle classi e per riscoprire il nostro patrimonio culturale (parole contenute nella presentazione della Buona Scuola), e imparare il coding, espressione cool che ha sostituito l’informatica, è importante nella moderna società digitale, ma il ruolo centrale e decisivo dovrebbero averlo le vecchie e meno cool materie come l’italiano e la matematica.

Se è vero, come è vero, che il lavoro è in continuo mutamento, se il mondo del lavoro richiede una capacità di adattamento che prima non era neppure immaginabile, allora bisognerebbe puntare su un’ottima preparazione di base che renda possibile quella capacità adattiva e di continua formazione che è indispensabile nel mondo globale. Non si può prevedere come sarà il lavoro nei prossimi dieci anni, ma si possono dare gli strumenti per adattarsi ad un mondo in continuo e vorticoso mutamento. E qui viene la parte più interessante della riforma, ossia la possibilità per tutte le scuole, anche i licei, di momenti di alternanza tra scuola e lavoro. Si tratta di un aspetto importantissimo perché avvicina i giovani al mondo del lavoro, permette loro di mettersi in gioco ben prima della fine degli studi e li potrebbe aiutare a scoprire la loro vocazione. Potrebbe, pure, essere decisivo per superare la stupida e netta distinzione tra il mondo del sapere e il mondo del fare, una deformazione tutta italiana che stanno pagando sulla loro pelle sia i giovani che le imprese. Però questi momenti di alternanza non possono essere di facciata, un modo per dire di aver fatto qualche passo nella direzione giusta, ma devono essere dei veri momenti di formazione e di lavoro, di educazione al lavoro, per imparare lavorando, obiettivi che si possono raggiungere solamente attraverso un’alleanza educativa tra la scuola, l’impresa e lo studente (con la sua famiglia). Si tratta, insomma, dell’apprendistato, un contratto, o meglio una visione, che andrebbe rilanciata e non mortificata come sta avvenendo attraverso altre riforme.

L’aspetto decisivo, di questa come di qualsiasi altra riforma, non risiede in quello che la legge prevede, ma nel rapporto tra tutte le componenti coinvolte. Per questo non ha senso fare una riforma della scuola senza gli studenti, senza i docenti e senza le famiglie. La scuola è un’importante agenzia educativa, ma non è la sola. Se la questione fondamentale è l’educazione delle persone occorre tener presente non solo la scuola, ma pure le altre agenzie educative, a partire dalla famiglia, e sviluppare un’alleanza virtuosa che aiuti il giovane, ma più in generale la persona, a crescere e ad essere sempre più un protagonista della comunità.

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