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“Globalizzazione dell’indifferenza” o “globalizzazione della solidarietà”?

In Fondazione Italiana Europa Popolare

Il caldo torrido di quest’estate non ha rallentato il continuo flusso di persone che scappano dal Sud del mondo per rifugiarsi in Europa. Alle ormai “tradizionali” rotte migratorie nel Mediterraneo – una vera e propria tragica e moderna via della seta all’incontrario – che hanno come punto d’arrivo l’Italia e la Grecia, si aggiungono i nuovi passaggi attraverso i Balcani e l’Europa orientale. Le cifre dell’immigrazione sono tragiche – si stima che nel 2015 nel solo Mediterraneo siano morte 2500 persone – e le storie che sentiamo, anche nelle ultime ore, sono persino peggiori.

È venuto il tempo di rispolverare dal nostro lessico parole che credevamo di dover pronunciare solamente leggendo i libri di storia, come “tratta degli schiavi”, “schiavitù”, “schiavismo”, perché si tratta proprio di questo quando parliamo di traffico di esseri umani, organizzazioni criminali, scafisti, oppure quando veniamo a conoscenza di tante storie di sfruttamento nel mondo del lavoro. L’affaire migrazioni ha assunto una portata umana e politica così dirompente che persino il cancelliere tedesco Merkel è intervenuto per cercare di ammorbidire le posizioni oltranziste di tanti Paesi europei e cercare di trovare una soluzione comune e ragionevole. Non dobbiamo dimenticare che ai migranti che cercano di lasciarsi indietro condizioni di vita terribili (altrimenti non affronterebbero viaggi che in molti casi conducono alla morte e quasi sempre a varie forme di violenza) si sono aggiunti anche masse di profughi, come i Siriani, che fuggono da zone di guerra nelle quali sono il primo obiettivo delle violenze.

Nel nostro Paese il dibattito sembra assumere toni da tifo da stadio, senza voler imparare dai costanti richiami della Chiesa all’accoglienza. Non è possibile lasciar morire delle persone di fronte alle nostre coste (e pur nella tragedia bisogna riconoscere e lodare l’impegno della nostra Marina), né si può pensare di “rispedire a casa” delle persone che una casa non l’hanno più. Allo stesso tempo accogliere non vuol dire sospendere lo Stato di diritto, soprattutto permettere che si creino dei ghetti nelle nostre città o nelle nostre comunità in cui far valere regole diverse. L’accoglienza chiede molto di più, perché chiede di partire dallo sforzo di guardare l’altro, di conoscerlo per costruire un futuro insieme. Non si tratta di inneggiare alle ruspe o di stracciarsi le vesti per una sorta di laissez-faire migratorio, ma di avere il coraggio di accogliere senza sospendere lo Stato di diritto. La posta in gioco è, innanzitutto, la vita di queste persone, ed allo stesso tempo la pace e la coesione sociale nelle nostre comunità. Non possono lasciare indifferenti le manifestazioni xenofobe che emergono trasversalmente nel nostro continente, né le tensioni che certi atteggiamenti legati alle migrazioni, non le migrazioni in sé, portano. Come accogliamo queste persone dice che tipo di società siamo e ancor di più che tipo di società volgiamo essere, se una società segnata dalla paura oppure una società capace di lasciarsi sfidare da questi fenomeni senza per questo cedere sui principi nei quali trae il proprio fondamento. In questo senso il più grande aiuto per il nostro Paese arriva dalla Chiesa, partendo dal Santo Padre fino a giungere al lavoro quotidiano di tanti movimenti e associazioni, che ci insegna a superare sia la paura dell’altro che genera ogni tipo di odio xenofobo sia l’indifferenza per la vita dell’altro che è la vera natura del buonismo oggi così pervasivo.

Proprio per questo il dibattito sull’immigrazione non si può ridurre solamente a questioni di documenti o al momento dell’ingresso del nostro Paese, ma deve essere valutato nella sua interezza e secondo la sua complessità, riconoscendo che se le migrazioni non sono una novità della nostra epoca (non veniamo tutti dall’Africa?) e ad essere pignoli non sono neppure una caratteristica esclusiva della nostra specie, quello migratorio è tra i fenomeni più importanti del nostro tempo. L’effetto dirompente dovuto ai moderni mezzi di trasporto e di comunicazione, a internet e ai social network, oltre agli effetti sulle nostre economie, i nostri sistemi di welfare e persino sulla nostra struttura demografica, non possono essere sottovalutati, ma chiedono di essere governati. Come? O cedendo alla “globalizzazione dell’indifferenza” o promuovendo la “globalizzazione della solidarietà”, tanto per usare espressioni care ai pontefici. La scelta istituzionale, sociale e personale spetta soltanto a noi e dirà che generazione abbiamo scelto di essere.

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