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Una pretesa che diventa diritto

In Fondazione Europa Popolare

“Sciagurati sono quei tempi in cui i matti guidano i ciechi”, tragicamente osservava Shakespeare nel Re Lear. La follia del voto di fiducia per approvare leggi su materie eticamente sensibili ha guidato lo sguardo cieco di un’ideologia che pretende di snaturare l’uomo e la società, ma che finirà per ferire anche quelli che oggi crede di proteggere. Utilizzare il voto di fiducia per far passare la legge sulle cosiddette unioni civili è stato un atto in cui si è manifestata tutta l’arroganza del potere. Attraverso un semplice gesto, in un istante, si è preteso di cancellare, anzi di asfaltare – per utilizzare una parola d’ordine dei nostri tempi – un dibattito ricco, complesso, articolato che ha coinvolto il Paese per lungo tempo. In questo modo è stato umiliato il Parlamento, in cui risiedono fino a prova contraria i rappresentanti – loro sì – eletti dal Popolo (quello italiano non quello del gazebo), è stata umiliata la democrazia delle nostre istituzioni, ma soprattutto è stato umiliato il Paese. Si tratta di un gesto che ferisce tutti, non solamente chi era contrario a questa legge o l’avrebbe voluta diversa, ma persino coloro che dovrebbero trarne beneficio. Se oggi con un atto arbitrario si trasforma una pretesa in un diritto, chi domani potrà impedire a quello stesso arbitrario potere di trasformare un diritto in una pretesa? Si tratta di una questione che va dritta al cuore della nostra vita democratica, che riguarda il nostro vivere insieme come una comunità che insieme va alla ricerca del bene (anche prendendo, talvolta, degli abbagli), in cui il confronto anche quando è acceso serve alla crescita di tutti. Mortificare la partecipazione delle persone alla vita politica e sociale utilizzando il voto – di fiducia, di maggioranza o referendario – come fosse una clava per colpire gli avversari e affermare la propria volontà, significa ridurre la democrazia ad un mero formalismo procedurale, un’esperienza tragica che il nostro Paese ha fatto tanti anni fa e che non vuole certamente più ripetere. La legge sulle unioni civili, come in molti ammettono, non è una legge fatta bene, lascia numerosi punti oscuri su cui occorrerebbe fare chiarezza, contiene il rischio di una – di fatto – equiparazione delle convivenze al matrimonio, e subdolamente lascia spiragli attraverso cui lasciare passare la dirompente questione delle adozioni, la vera posta in gioco. Infatti, il punto non è mai stato l’estensione di alcuni diritti ai conviventi – omosessuali o meno -, ma la possibilità di adottare i bambini attraverso la stepchild adoption prima, e percorsi “normali” poi. Si aprirebbe una via al riconoscimento della maternità surrogata, una pratica ignobile verso la quale molti (non tutti) si dicono contrari. Oggi. Ma domani? È giusto chiederlo visto cos’è successo alla legge sulle unioni civili, visto il metodo che viene utilizzato per prendere decisioni persino in materie eticamente sensibili. Come è accaduto, come sta accadendo nelle nostre scuole, quando situazioni particolari di alcuni bambini vengono usate come pretesto per introdurre l’insegnamento delle teorie di genere, che nulla hanno a che fare con il rispetto e la tutela di tante situazioni familiari, ma che sono il mezzo attraverso il quale manipolare i bambini fin dalla più tenera età. Una ferita profonda alla dignità della persona che riguarda ciascuno di noi, indipendentemente dai propri orientamenti sessuali e dalla famiglia in cui vive o alla quale ha dato forma. Perché una ferita al bene comune non coinvolge una sola parte, ma colpisce tutti sia nella vita personale che nello stare insieme. Non è affatto paradossale che, mentre si vuole estendere il concetto di famiglia, non si faccia nulla per sostenere le famiglie e che le si lasci al margine del vivere sociale, utili solo come fonte di prelievo fiscale o come stampella del nostro traballante welfare. La debolezza della famiglia è la debolezza della società, la fragilità dei legami si riflette nella fragilità del tessuto sociale, si trasforma in una vita sociale sempre più disgregata che vede sempre meno spazi di partecipazione. Con buona pace del vivere democratico, sul quale si fondano le nostre istituzioni, e della nostra Costituzione, così stropicciata e maltrattata da quanti la idolatrano. Purtroppo la nostra è una generazione che va veloce, che divora il tempo, che non si sofferma sulle cose, così può capitare a chiunque di giurare su qualcosa che non si conosce fino in fondo.

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