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Il vincolo che ci lega all’Europa appartiene alla sfera dell’identità

In Fondazione Europa Popolare

Nella lunga notte del referendum inglese sull’Europa siamo andati a letto in un mondo e ci siamo risvegliati in un altro. Il primo contraccolpo è stato lacerante, come se un pezzo di noi ci fosse stato portato via, la sensazione di una famiglia spezzata.
Prima di tutte le analisi economiche, di tutte le analisi geopolitiche, prima di chiederci quali conseguenze concrete questo voto avrebbe avuto, prima di interrogarci sul futuro dell’Unione, prima di qualsiasi considerazione o domanda, abbiamo avvertito la terribile sensazione della separazione. In un istante la nostra casa è diventata più piccola, gli amici sono diventati più distanti, qualcosa si è insinuato tra di noi e non abbiamo ben compreso cosa fosse. Improvvisamente ci siamo scoperti molto più europei di quanto credessimo. La prima reazione che abbiamo avuto di fronte alla Brexit è stata molto più vicina alla fine di un amore che alla rescissione di un contratto: la stessa amarezza, le stesse domande. Questo significa che il vincolo che ci lega all’Unione Europea esula da una qualsiasi formula contrattualistica e appartiene alla sfera dell’identità, un’identità che nonostante tutto ha radici profonde.
Certo, lo spettacolo che offre l’Unione Europea – le sue Istituzioni e gli Stati membri – molto spesso è sconfortante: i tanti piccoli egoismi di molti, la volontà di primeggiare di alcuni, l’incapacità di assumere decisioni ragionevoli sui grandi drammi che ci coinvolgono a partire dai profughi e dagli immigrati, la mancanza di una visione sul ruolo e sul futuro dell’Europa, e si potrebbe proseguire quasi all’infinito. Senza poi dimenticare la percezione che le politiche dell’Unione, soprattutto quelle economiche, siano segnate da un’ideologia che, in quanto tale, non tiene conto della realtà, che siano segnate da regole astratte da scontare sulla pelle – quella sì concreta – delle persone. E senza dimenticare l’insofferenza e l’irritazione delle istituzioni comunitarie nei confronti di quanti lamentano questa situazione e richiamano al rispetto delle regole democratiche. Si tratta di questioni che inevitabilmente alimentano lo scetticismo e il populismo, i nuovi spettri che si aggirano per l’Europa. Spettri così facili da scatenare ed allo stesso tempo così pericolosi per il destino di tutti noi. Se a parole tutti vogliono contrastare lo scetticismo e questa nuova ondata di populismo, in realtà non si fa nulla se non accusare i populisti di essere tali senza mai mettere in discussione le proprie scelte. Eppure, come tutti i bambini sanno, gli spettri non si sconfiggono gridando contro di essi e tenendo la testa sotto il lenzuolo in una cameretta buia, ma accendendo la luce.
Per l’Unione Europea la luce l’ha accesa Papa Francesco quando, di fronte alle più alte cariche europee e ai capi di Stato e di Governo, nel suo discorso in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno ha chiesto e ci ha chiesto: “che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?”
Si tratta di domande che bruciano, che toccano un nervo scoperto, che ci obbligano a guardare dritto al cuore del problema. Sono le giuste domande dalle quali ripartire per riscoprire il progetto che sta alla base di quell’Europa che, arrivata ad un passo dall’autodistruzione, voleva liberarsi dagli odi delle guerre e dalle sue laceranti divisioni, per affermarsi come luogo di rispetto della vita umana, di libertà, di solidarietà, di accoglienza. L’Unione Europea è nata innanzitutto come luogo di pace e per assicurare la pace (nel suo più ampio significato), un fine che nel suo lungo ed esaltante cammino si è offuscato, smarrito.
Lo schiaffo che abbiamo ricevuto in pieno viso con la Brexit è stato salutare. Inveire contro chi ha scelto di lasciare l’Unione Europea significa continuare a nascondere la testa sotto le lenzuola lasciando liberi gli spettri. Occorre, invece, avere il coraggio di guardare in faccia il malessere che innegabilmente esiste e iniziare a dare risposte sia ideali che concrete. La prima dovrebbe essere quella di ripartire dalla più grade forza che ha l’Unione Europea: le persone e i popoli che la compongono. Riscoprire l’importanza della democrazia e nella democrazia il valore fondamentale della partecipazione. Forse è proprio questo il punto di partenza per rinnovare le ragioni ideali che hanno unito l’Europa e che, nonostante tutto, continuano a tenerla unita. La partecipazione non è qualcosa che si concede, ma è il riconoscimento di realtà già vive che si esprimono all’interno delle nostre comunità. Come, ad esempio, il Seminario internazionale di studi del Movimento Cristiano Lavoratori che si terrà a Strasburgo il prossimo ottobre. Il Seminario internazionale di Strasburgo da sempre rappresenta una tappa significativa del percorso formativo del MCL, in particolare dei suoi giovani, con la possibilità di visitare il Parlamento Europeo e di incontrare le istituzioni comunitarie. Quest’anno si tratterà di un’occasione speciale sia perché si celebreranno i quarant’anni di presenza del MCL nella capitale alsaziana, sia perché verrà inaugurata la sede locale del Patronato Sias che servirà tutta la Francia. Un esempio concreto della volontà di continuare ad investire e a servire le persone partendo dalle loro esigenze più concrete. A rendere ancora più importante del solito quest’esperienza, oltre ai due già citati eventi, è il delicato momento che sta attraversando l’Unione Europea. Per questo motivo al Seminario internazionale di Strasburgo parteciperà una parte significativa del MCL per una due giorni di confronto e approfondimento sui temi europei e con le istituzioni europee a partire dal Parlamento.
Si tratta di riportare l’attenzione sul dialogo sociale, sull’importanza dei cittadini alla vita dell’Unione, sulla centralità dei lavoratori e del lavoro, sulla necessità di riscoprire le nostre radici. Il grande disegno europeo ha bisogno di un nuovo slancio ed è compito di quanti hanno a cuore il bene comune, il bene delle nostre comunità, dare il proprio originale contributo. Ribadire il proprio coinvolgimento con l’Europa, la propria passione per l’Europa, vivere in pienezza la propria vocazione europea è un primo passo per rispondere idealmente e concretamente alle domande di Papa Francesco e restituire l’Europa a se stessa.

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