In Fondazione Europa Popolare

La proposta della CGIL di un Referendum abrogativo di parti (significative) del Jobs Act ha catalizzato l’attenzione del mondo del lavoro. Ora che la Corte Costituzionale si è pronunciata possiamo dire che, se non interverranno dei giusti correttivi legislativi, andremo a votare per abrogare l’utilizzo dei voucher e per reintrodurre la piena responsabilità solidale in tema di appalti. Accettando questi due quesiti referendari, la Corte ha rigettato il quesito più temuto e più significativo sui licenziamenti, che avrebbe di fatto reintrodotto l’art.18 sui licenziamenti. Il dibattito sul Referendum, che si alimenterà nei prossimi i giorni dell’annunciato ricordo dalle CGIL alla Corte di giustizia dell’UE,sta facendo emergere un errore di prospettiva che mette in evidenza il problema reale del lavoro nel nostro paese. L’errore di prospettiva è presupporre un mondo del lavoro, o più semplicemente un mondo, come quello che abbiamo conosciuto fino a qualche anno fa, in cui le sfide maggiori erano passare da un’organizzazione tayloristica del lavoro ad un sistema più flessibile, tutelare i lavoratori che non avevano più un posto fisso e che rischiavano di cadere nella trappola della precarietà, porre un freno alla flessibilità indiscriminata, immaginare un percorso del welfare per chi non aveva più una continuità lavorativa. Non che queste sfide non ci siano più, ma nel frattempo, tra una contrapposizione ideologica e un’altra, tra una riforma e un decreto, si sono aggiunte sfide ancor più grandi: dai precari del lavoro siamo passati agli esclusi del mondo del lavoro, anzi agli esclusi tout court; è esploso quel processo epocale che è la migrazione; è arrivata una nuova rivoluzione industriale. Di  fronte a tutto questo tornare a parlare solamente di voucher e di articolo 18 – perché nonostante la decisione della Corte alla fine sempre lì ritorniamo – appare piuttosto riduttivo, non perché non si tratti di questioni importanti (soprattutto per le situazioni personali di quanti sono coinvolti), ma perché il Jobs Act stesso sembra essere inadeguato ad affrontare la nuova realtà che abbiamo di fronte. Il voucher è uno strumento (non il solo) pensato per contrastare la grande e perenne piaga del lavoro nero che, oltre a ledere la dignità del lavoratore, distorce il mondo del lavoro con conseguenze gravissime su tutta la società. Il problema non è il voucher, ma il lavoro sommerso: forse sarebbe meglio chiedersi se questo strumento risponde allo scopo di tracciare delle prestazioni lavorative che sono a rischio di lavoro nero, oppure se e quando il voucher è stato utilizzato in modo improprio. Allo stesso modo la questione sull’articolo 18, sulla “libertà” di licenziare, non può limitarsi ad un richiamo legislativo, ci chiede di focalizzare l’attenzione sulle politiche attive del lavoro secondo la loro efficacia e non secondo la loro semplice enunciazione.
Le statistiche ISTAT sono un costante ammonimento che ci ricorda il dramma del lavoro giovanile, dei NEET, degli esclusi dalla nostra società. Non stupisce affatto che la CGIL sia riuscita a raccogliere le firme necessarie a presentare i quesiti referendari di fronte al sostanziale fallimento delle politiche attive, al quasi fallimento di Garanzia giovani, e soprattutto all’incapacità di ripensare le tutele del mondo del lavoro. Se si minacciati è più facile voltarsi indietro cercando appiglio in una realtà conosciuta per quanto ormai sfuggente, piuttosto che guardare quello che sta accadendo e scorgervi delle opportunità. La verità è che abbiamo già perso fin troppo tempo in diatribe più ideologiche che ideali, cercando di risolvere problemi complessi attraverso leggi o decreti, smarrendo la strada nel feticismo legislativo che ci contraddistingue. Più volte abbiamo giustamente sentito ripetere che il lavoro non si crea per legge, per decreto, ma poi nella realtà si è agito in modo differente, credendo che un legislatore “forte” e con i “muscoli” avrebbe risolto le cose. La cosa peggiore è aver svilito l’unico metodo che ci può guidare attraverso queste ripetute crisi per rilanciare lo sviluppo sociale ed economico del nostro paese, un metodo che si fonda sul coinvolgimento delle parti sociali, di tutte le forze della comunità come le associazioni, le scuole, le agenzie educative e come, soprattutto, le famiglie. Non si può pensare di rispondere ai problemi che la nuova rivoluzione industriale inizia a porci, e che nel prossimo futuro diverranno sempre più pressanti, solamente con iniziative legislative, e non attraverso politiche capaci di coinvolgere le scuole e le agenzie educative, politiche capaci di puntare su una reale riqualificazione del lavoratore che altrimenti rimarrà senza strumenti per inserirsi o reinserirsi nel mondo del lavoro. Non si può pensare di non cambiare il nostro sistema di welfare che appare quantomeno inadeguato nel presente e che rischia di sgretolarsi nel prossimo futuro. È ozioso parlare di collocamento se non si incomincia a parlare di un piano di sviluppo industriale, di un rilancio della nostra economia, eventi che non possono avvenire per semplice decreto, ma che per mettersi in moto hanno bisogno di un confronto serio e costruttivo tra le parti più attive e vitali della nostra società. In questo contesto ha senso parlare dei voucher, delle norme sul licenziamento, degli strumenti del diritto del lavoro, senza preconcetti o steccati, ma cercando di capire se rispondono alle esigenze di lavoratori e delle imprese, se oltre a tutelare sono in grado di promuovere la persona, se e in che modo ci fanno fare un passo avanti, oppure se ci legano ad un passato che non esiste più. Altrimenti continueremo a sbraitare per l’evangelica pagliuzza senza accorgerci dell’altrettanto evangelica trave.

 

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